Che futuro ci aspetta tra economie stagnanti, borse impazzite e assurde riforme bancarie?

“Tra economie anemiche, borse impazzite, regole asfissianti e riforme bancarie: che futuro ci aspetta?” era il titolo di un incontro organizzato dagli industriali varesini il mese scorso. A prima vista quel titolo potrebbe sembrare pessimista, in realtà la prospettiva aperta dai relatori è stata ben diversa.

Se l’analisi iniziasse da due indicatori, inflazione e prezzo del petrolio, il titolo più adatto sarebbe stato “Il mondo è pazzo”. Vittorio Gandini, direttore di Univa, non si è espresso in questi termini ma in apertura dei lavori ha fatto notare come fino a qualche hanno fa ci si augurava che il tasso d’inflazione scendesse e lo stesso accadeva per il prezzo del petrolio, mentre oggi si spera l’esatto contrario. «Si è ribaltato il paradigma» ha detto il direttore di Univa. E come in tutti i ribaltamenti la prima cosa a cambiare è la prospettiva di chi vive dentro il paradigma.

Massimiliano Serati, professore  di Macroeconomia alla Liuc, è partito dai segnali di ripresa. «Ci sono dei fattori di traino globali – ha detto il docente  – tra cui le politiche monetarie espansive, il ridimensionamento di alcune commodities, il miglioramento dello stato di salute finanziaria di molti paesi. In Italia c’è una crescita attesa delle esportazioni di merci ad un tasso medio annuo del 3,2% e un allentamento dell’austerità fiscale». Secondo Serati i tempi della ripresa sono dettati da diverse velocità: se il biennio 2015-2016 è stato all’insegna della gradualità, il 2017-2018 sarà il biennio di punta perché segnerà una accelerazione, mentre il successivo servirà a consolidare il risultato.

Sullo scenario internazionale si verifica un altro ribaltamento che cambia la geografia della crescita. Tra le economie emergenti non ci sono più tutti i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e men che meno i Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), ma c’è ad esempio l’exploit dell’Africa subsahariana e del sud est asiatico il cui Pil cresce oltre il 6% annuo. A sua volta la crescita costante ma lenta dell’Europa è segnata da un’evidente asimmetria tra la Germania e il resto del Vecchio Continente. «Il vero problema oggi sono proprio i tedeschi – ha detto Serati – perché sono gli unici creditori dell’Unione Europea».

Secondo Paolo Balice, presidente dell’Aiaf (Associazione italiana analisti finanziari), se si analizza il rapporto tra Germania e Italia è evidente che i tedeschi hanno una pessima opinione degli italiani, opinione sostenuta dalla nostra incapacità di presentarci all’estero. «L’austerity non è la medicina per guarire – ha sottolineato Balice -. L’abbassamento del nostro rating ha creato molti problemi alle banche italiane sul mercato interbancario e convinto i grandi fondi americani a non investire nel Belpaese. Bisogna creare le condizioni per un nuovo sviluppo del mercato dei capitali». Sul come fare, il presidente di Aiaf, parla di «rivitalizzazione della borsa italiana» come mercato dei capitali delle pmi che non vanno solo accompagnate ma affiancate dopo la quotazione dagli stessi analisti finanziari. «In questo processo – ha sottolineato Balice – gli imprenditori devono fare la loro parte mettendoci un po’ di soldi».

La regolamentazione europea ha condizionato a tal punto la politica del credito delle banche che Andrea Ferretti, docente dell’Università di Verona, ha parlato di «evoluzione darwiniana» del rapporto tra banche e imprese. Se da una parte le prime «sono condannate al credito», dall’altra le seconde subiranno sempre più le nuove regole europee circa le esposizioni scadute, sconfinate e deteriorate, alle quali ora si aggiungono le tollerate (forborne exposures). «Si tratta della modifica degli accordi contrattuali – ha detto Ferretti – che la banca concede a un cliente per consentirgli di far fronte ai propri impegni nonostante la situazione di difficoltà finanziaria che sta attraversando. La forbearance è dunque la tolleranza che il pagamento non avvenga secondo quanto originariamente pattuito. Insomma, la comparsa di una“f” su un credito è un po’ come la lettera scarlatta per gli adulteri».

Ma nel frattempo il traghetto Grisu'...

In tema di banche, credito e imprese c’è dunque un sistema di regole europee di chiara impronta anglosassone che deve essere applicato a un sistema levantino come quello italiano (non è il solo). Due culture che si scontrano con effetti a dir poco disastrosi sull’economia reale e che Claudio Grossi, docente di Programmazione e controllo e analisi finanziaria all’Università Cattolica di Milano, ha sintetizzato con una metafora molto efficace: «Attenzione, se si sbaglia la diagnosi, si sbaglia anche la terapia».

Grossi ha spiegato come le regole da Basilea2, sugli sconfinamenti delle linee di credito e centrale rischi, alla direttiva 2011/7/Ue sulla lotta ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, fino all’Aqr, cioè la revisione della qualità degli attivi delle banche voluta dalla Bce per valutarne la rischiosità, generano delle forti contraddizioni nel sistema.

«Per difendersi da questa situazione – ha concluso l’economista – bisogna ripensare a come fare impresa e occorre una terapia che vieti l’uso della centrale rischi nei sistemi di rating, abolisca l’assurdo criterio sconfinamento uguale a default. Occorre riscrivere la legge 192 del 2012 fondandola sul principio che è vietato regolare transazioni commerciali oltre i 60 giorni dalla data della fattura e punire penalmente chi non rispetta la norma. Infine, bisogna riformare e ritagliare sulle singole economie le varie regolamentazioni europee».

Autore: M_Mancino – fonte: varese news.it

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