E non pensiate che il problema si risolva

Cento miliardi di euro di credito bancario sono scomparsi e non ritorneranno piu’

Da tempo ci impegniamo a spiegare ai nostri fedeli lettori che quei 100 miliardi di credito alle imprese scomparsi tra tra il 2011 e il 2015 non torneranno mai più. Se ci fosse un poco più di competenza nei media e maggiore trasparenza dalle file del settore bancario si dovrebbero leggere o sentire cose simili.

Invece per finti pudori rimane tutto piuttosto generico e nebuloso, qualche banca conta i miliardi di crediti erogati nel 2014 senza mai spiegare bene a chi sono stati concessi, si alimentano speranze vane che ritardano ancora una volta le decisioni, magari dolorose e difficili, ma importanti da parte degli imprenditori.

Così giorno dopo giorno si illude che la liquidità immessa dalla BCE, con le aste TLTRO e gli acquisti di titoli del QE, sarà sinonimo di credito rapido per tutti, si fa pensare che i meccanismi messi a punto dal governo siano a disposizione per tutte le PMI. Lo ripeto ancora una volta: un’ampia fetta di piccole imprese e anche di medie non hanno speranza realistica di contare sul ritorno del credito.

Ribadiamo le tre situazioni proncipali che oggi regolano l’accesso al credito:

1) le banche per guadagnare e per non bruciare il loro capitale possono/vogliono prestare solo a imprese a basso profilo di rischio.

La batosta causata dal prestare un po’ a tutti fino al 2011 l’hanno presa e oggi devono fare i conti con circa 300 miliardi di crediti non recuperabili integralmente. Poiché il consumo di capitale è misurato dal rating attribuito al debitore il credito low-cost va solo alle classi migliori di rating;

2) la possibilità di ampliare il tubo digerente delle banche dipende da fattori mitiganti del rating e quindi è strettamente legata all’intervento dello Stato, il quale dovrebbe garantire il rischio che le banche non vogliono più accollarsi.

Ma lo Stato ha limiti di bilancio e deve rispettare le regole della EU che vietano aiuti di stato alle imprese.

3) le poche alternative messe a punto dallo Stato per sostituire il credito bancario canalizzando parte del risparmio gestito verso le imprese riguardano una percentuale esigua di imprese, per lo più in condizione di avere credito bancario comunque.

Il credito low-cost arriva a domicilio

Praticamente tutte le banche si stanno concentrando e attrezzando per offrire credito alle imprese che consumano poco capitale, circa un 30% del totale. Le banche più grandi stanno affinando sistemi di puntamento che ribaltano completamente il rapporto domanda/offerta.

E’ meglio offrire credito che farselo chiedere. Non fanno mistero di volere scegliere a priori i clienti ‘buoni’ a cui per la prima volta stanno andando a offrire finanza non richiesta e, qualche imprenditore racconta, con insistenza. Le altre banche impareranno presto, perciò è inevitabile che tutti vadano a offrire denaro agli stessi clienti.

Dove il rischio sale, sale il consumo di capitale. Quindi l’unica possibilità per dare credito è quella di agguantare una garanzia (50-80%) dello Stato (Fondo Centrale di Garanzia o SACE) e se proprio non ci si riesce va bene anche quella di un confidi.

Tutti gli altri, sorry, ma non hanno possibilità di avere più credito di quanto siano già riusciti ad ottenere. Alle banche non conviene e anzi sono molto preoccupate che possa degenerare e finire a sofferenza.

Tante alternative, poco credito ai piccoli

Gli ultimi 3 governi hanno cercato di spezzare l’assedio del credit-crunch varando lodevolmente misure che potessero incentivare forme di credito alternativo. Tuttavia l’effetto è modesto se confrontato con quel numero di 1.500.000 imprese che cercano credito, questo va detto e spiegato con semplicità e le tante imprese che sono state escluse dal credito non vengono beneficiate dalle novità di cui si parla sui giornali e nei convegni se non in modo marginale:

(1) l’apertura del mercato minibond -investimento ora permesso anche ad assicurazioni e fondi pensione- riguarda un numero esiguo di medie imprese (target ideale con fatturato tra 30 e 150 milioni, mai micro o piccole), che per piacere a investitori istituzionali devono avere eccellenti prospettive e un profilo di rischio mediamente basso. Quindi imprese che hanno comunque accesso al credito. Questo vale anche per i Private Placement, sui quali basta leggere il recente accordo stipulato da Intesa con GSO/Blackstone per comprendere il target che non è di piccole imprese.

(2) ci sono interessanti iniziative in cui capitali esteri di fondi specializzati nel turnaround di aziende in crisi si sono dichiarati interessati ad acquistare i crediti delle banche, aggiungere capitale fresco, cambiare il management, espropriare i soci in crisi e rilanciare imprese oggi in ristrutturazione. Ottimo, ma parliamo solo di imprese medio grandi, con almeno 20 milioni di debiti bancari.

(3) della Bad bank si è scritto di tutto e di più. Per ora non è decollata e comunque riguarda posizioni a sofferenza, imprese virtualmente morte. Sulle micro-imprese con micro-sofferenze le banche stanno decidendo di affidare il recupero giudiziale e stragiudiziale a specialisti, a società di recupero crediti nella speranza di incassare più di quel misero 1-5% che arriva dai concordati oggi e dalle pratiche gestite dall’ufficio legale interno affogato di situazioni a sofferenza.

(4) restano infine le famose cartolarizzazioni di prestiti alle PMI (SME-ABS). Se ne discute da 2 anni e non si vedono ancora operazioni corpose per l’Italia. Sono sostenute a spada tratta dal think tank Action Institute e lo stesso Draghi sarebbe ben intenzionato a comprarle, ma di certo non intende presentarsi agli amici tedeschi con la carta che contiene i rischi elevati delle piccole imprese italiane e quindi, anche in questo caso, occorrerà uno strato di garanzia dello Stato italiano.

Altro non c’è e le aziende in difficolta’ e’ bene che non si facciano strane idee sull’automatismo liquidità-credito. Se va bene può solo contare su un direttore di filiale coraggioso e più comprensivo, sulle piccole banche che nei giorni di mercato spengono la macchina del rating  e usano il buon senso. Nulla di più.

Al grande popolo degli esclusi ribadisco i consigli: raddrizzate le vostre aziende, fate profitti e metteteli a capitale e soprattutto curate ossessivamente la cassa, evitando di investirla in titoli da dare in garanzia per avere fidi a revoca.

Articolo di F_Bolognini, ripreso da linkerblog.biz

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