Bankitalia uno scheletro nell’armadio nel settore mutui

Nostro commento: onore a Linkiesta per questo articolo, di cui si e’ sentito parlare molto poco.

Benedette banche popolari. Non danno tregua alle autorità di vigilanza. Stavolta il problema, però, la Banca d’Italia ce l’ha in casa. Letteralmente. Non si tratta, infatti, dell’ennesimo scandalo sindacale della Banca popolare di Milano o dei problemi di ricapitalizzazione del Banco Popolare.

La grana arriva dalla «Cassa di Sovvenzioni e Risparmio fra il Personale della Banca d’Italia – società cooperativa», più nota come “Cassa” o anche “Csr” fra chi fa parte di quel serbatoio di civil servant che è Via Nazionale.

Sconosciuta al grande pubblico, la Csr è una banca popolare. Anzi, è probabilmente l’unica, vera banca popolare che ci sia ancora in Italia. Nessuna “compromissione” con il mercato, è mutualità e spirito cooperativo allo stato puro: suoi clienti possono essere solo i soci (e familiari strettissimi). Premessa per diventare socio è l’essere un dipendente della Banca d’Italia, in servizio o in pensione. Ovviamente il voto è capitario: un voto per singolo socio. E ovviamente i rappresentanti dei sindacati interni di Banca d’Italia siedono nel consiglio di amministrazione della Popolare romana di Via Nazionale, secondo alleanze che si fanno e si disfano in modo non troppo dissimile da quanto avviene nella Popolare milanese di Piazza Meda. Il tasso di sindacalizzazione in Bankitalia è al 70%, fra i più elevati sia a livello di settore bancario sia globalmente in Italia e in Europa (dove la media europea è del 38%). Popolare al 100% dunque ma anche di lusso.

Le condizioni che la Csr offre ai propri soci sono eccellenti. L’ultimo prodotto pensato dalla Cassa, approvato dal consiglio di amministrazione nelle scorse settimane, ha acceso una lotta senza esclusioni di colpi: fra i dipendenti, fra le diverse sigle sindacali, fra i vertici della banca e la Banca d’Italia. Una battaglia corporativa al calor bianco, ricca di colpi bassi per infamare gli avversari, e di trattative sotterranee.

Il prodotto è dei più tradizionali, ma a condizioni rivoluzionarie: un mutuo a tasso fisso dell’1 per cento. Il prestito è erogabile solo direttamente ai dipendenti in servizio o in pensione (familiari esclusi) per l’acquisto della prima casa, con obbligo di residenza e un importo massimo finanziabile di 300mila euro. «È un intervento che rende possibile una politica di abitazione a favore dei giovani dipendenti della Banca d’Italia», rivendica Luigi Leone, storico segretario nazionale della Falbi-Confsal, il sindacato maggioritario in Bankitalia (raccoglie il 38% degli iscritti), che nell’assemblea del 28 aprile scorso ha conquistato la maggioranza degli organi sociali.

Di questi tempi l’1% fisso è da leccarsi le dita. Le offerte più competitive sul mercato viaggia a ridosso del 5 per cento. Sulla scadenza a dieci anni il debitore Repubblica Italiana paga il 6-6,5 per cento. I dipendenti di Bankitalia pagheranno l’uno per cento. «Non c’è nulla di cui scandalizzarsi, lo fanno tutte le banche per i propri dipendenti – spiega tranquillo Leone – Anni fa quando l’inflazione viaggiava al 16% un dipendente di Banca d’Italia poteva fare un mutuo al 6%, oggi che l’inflazione è al 3%, il tasso che offriamo è all’1%, mi sembra regolare, no?». Intesa Sanpaolo, per fare un confronto, concede ai propri dipendenti mutui ventennali a un tasso fisso del 2,05% per importi fino a 200mila euro (2,80% per la fascia 250-300mila euro).

Scoppia la bagarre fra sindacati. La decisione è però passata a maggioranza, non senza polemiche e insulti fra le sigle sindacali. Favorevoli i consiglieri della Falbi (organizzazione autonoma interna, che raccoglie circa il 38% dei dipendenti sindacalizzati), del Sibc (8% degli iscritti) e della Fabi (il maggiore sindacato bancario italiano, che però in BdI è minoritario). Contrari i consiglieri di area Fisac-Cgil (22%), Fiba-Cisl (7%), Sindirettivo-Cida (14%) e un esponente del Sibc. Soprattutto, accusano i contrari, è passata per il rotto della cuffia. Quattro consiglieri a favore, cinque contro, un assente: la differenza l’ha fatta il voto (che vale doppio) del presidente Giovanni Punzo (Falbi). I contrari hanno accusato “il sodalizio di Falbi e Sibc” di «mancanza di qualsiasi senso di responsabilità» e di finalità demagogiche. «La proposta contrabbandata come una grande vittoria… si caratterizza invece per pericolosità e inesistenza di idonee valutazioni circa la sua rispondenza a principi di sana e prudente gestione», critica un comunicato congiunto del 21 ottobre (leggi). La contestazione non è «sugli obiettivi condivisibili che si intende perseguire, ma per i modi in cui viene assunta e per i pesanti effetti che potrebbe determinare sulla solidità di bilancio della Cassa».

L’occhio della Tarantola. Comprensibile che su un tema così delicato sia subito scattata l’attenzione dei colleghi di Bankitalia che lavorano nella Vigilanza, area che fa capo al dirigente Stefano Mieli e ad Anna Maria Tarantola, vicedirettore generale e quindi membro del direttorio presieduto dal neo governatore Ignazio Visco. Di mezzo ci sono, infatti, questioni non banali: dal reperimento della provvista in un momento difficile alla valutazione dell’impatto nel lungo periodo fino alla necessità di strutturare una copertura del rischio tassi. Preoccupazioni che, riferiscono dirigenti della Csr, «sono ben presenti»: l’operazione “mutuo all’1%” non decollerà subito ma nei prossimi mesi quando la Popolare di Via Nazionale avrà adeguato i propri assetti organizzativi e completato le valutazioni. Le stessi fonti negano che sia in corso un’ispezione della Vigilanza: «Ci sono state chieste solo informazioni sulla copertura del rischio tassi».

A toccare l’argomento vigilanza, però, Leone, ribattezzato Kim-il Sung per via della sua trentennale ai vertici del sindacato, anche da pensionato, s’infiamma. «È strano che la bella addormentata si sia svegliata solo adesso – ribatte – perché quando la Csr era gestita dalla Fisac e dal sindacato dirigenti ha sempre taciuto».

I CONTI DELLA POPOLARE DI BANKITALIA

La scarna informativa pubblica disponibile sul sito aziendale (www.csrpbi.it) evidenzia l’adeguatezza patrimoniale: a fine 2010 il coefficiente di base (tier 1) era 95,7%, dieci volte i livelli medi nazionali, con un patrimonio di vigilanza di 380 milioni. I depositi, intestati a dipendenti e ai loro familiari, sono circa di 2 miliardi, mentre fra le attività della banca (2,588 miliardi) spiccano il portafoglio titoli (2,2 miliardi), che genera la quasi totalità dei ricavi, e i crediti ai soci-clienti (350 milioni). A fine anno aveva cassa e disponibilità liquide per 1,7 milioni. L’ultimo esercizio si è chiuso in utile per 19 milioni. Se si fosse incorporata nel conto economico la perdita di valore dei titoli in portafoglio (27 milioni), il 2010 si sarebbe chiuso in perdita. L’utile misurato come variazione netta di patrimonio 2010/2009 è infatti negativa per 1,2 milioni. Il risultato di quest’anno, riferiscono fonti vicine alla Cassa di Sovvenzioni e Risparmi sarà in linea con le attese: circa 21 milioni di utile. Alla luce dell’andamento dei mercati, è ragionevole ipotizzare che anche a fine 2011 il portafoglio titoli avrà subito una qualche perdita di valore, che potrebbe essere evidenziata direttamente a riduzione del patrimonio senza riflessi sull. Tuttavia, le norme contabili consentono di non incorporare le svalutazioni dei titoli che sono classificati come attività finanziarie disponibili per la vendita oppure come titoli obbligazionari che verrano mana fino a scadenza.

Stipendi d’oro agli amministratori? Nella lotta di potere fra sigle sindacali, non sono mancati i colpi bassi. Un esponente della Fisac ha accusato il presidente e i consiglieri di essersi aumentati lo stipendio «in misura considerevole, addirittura raddoppiandolo». Vero, falso? Fonti vicine al presidente Punzo negano con fermezza: «I verbali sono lì a testimoniarlo». Attualmente i membri del cda ricevono una “medaglia di presenza” di 150 euro per ogni giornata effettiva di mandato al netto degli oneri fiscali e previdenziali. Il compenso è stato aumentato l’11 marzo 2011 dal precedente cda (a maggioranza Fisac) e poi ratificato dall’assemblea dei soci. Sembra anche – ed è un’accusa che rimbalza fra le opposte fazioni sindacali si rimpallano – che qualcuno fra gli amministratori abbia esagerato con le presenze in sede allo scopo di far lievitare le “medaglie”. Nel 2010, ad ogni modo, i compensi totali per undici amministratori e cinque sindaci assommano a 311mila euro. Poca roba, per la verità.

Di tutte queste polemiche, finora ben poco è trapelato all’esterno: le mura di Via Nazionale sono ben diverse da quelle molto porose di un’altra Popolare molto sindacalizzata, quella milanese di Piazza Meda. Qualcosa, però, è arrivato all’orecchio di Corrado Faissola, ex presidente dell’Abi, grandissimo estimatore del vicedirettore generale Tarantola e presidente del consiglio di sorveglianza di un’altra banca popolare, Ubi Banca. Faissola non ha gradito molto la concorrenza imprevista all’imbattibile tasso dell’uno per cento. Finora, infatti, dentro Bankitalia è andata per la maggiore una convenzione con Centrobanca (gruppo Ubi) che offre mutui a un tasso fisso del 3% (fino a qualche tempo fa al 4%). Banca d’Italia s’accolla poi un costo aggiuntivo dell’0,50%, per un totale del 3,5 per cento. Attività sicure come i mutui prima casa concessi a clientela molto affidabile possono essere usate dalle banche come garanzia per ottenere dalla Bce prestiti a un tasso che pero è dell’1,25 per cento.

Paga pantalone. «Ma se la Banca d’Italia deve dare un contributo a Centrobanca, non sarebbe più saggio che lo desse alla Cassa, o sto facendo una domanda fuori di luogo?», osserva Leone. Chiedere è lecito, in effetti. Ed è certamente lecito che un gruppo di cittadini, e quindi anche chi ha il merito e la fortuna di lavorare per la Banca d’Italia, possa decidere di associarsi allo scopo di scambiarsi denaro e altri servizi finanziari a condizioni migliori di quelle che trovano sul mercato (= scopo mutalistico). Allo stesso modo sarebbe lecito chiedere al neo governatore Visco perché 39 impiegati, 13 funzionari e 4 dirigenti, che lavorano esclusivamente per questo gruppo di benemeriti cittadini, debbano essere a carico della Banca d’Italia. La spesa media per dipendente della Banca d’Italia è di 115mila euro ( vedi a pag. 341 della Relazione annuale 2010 della Banca d’Italia). Il conto totale a carico dell’autorità di vigilanza puo essere stimabile in circa 6,5 milioni di euro.

Le ragioni storiche del privilegio. «La storia della Cassa si intreccia con quella dell’Istituto», premette Angelo De Mattia. L’uomo che fu il capo della segretaria particolare del governatore Antonio Fazio conserva il vezzo dei civil servant della Bank of Italy, che quando pronunciano Istituto ti fanno sentire la maiuscola. «Non ricordo se in occasione del centenario o degli ottant’anni della Cassa è stato fatto un libro che ne ricostruisce la storia – aggiunge – Per farla breve, quando l’Istituto ha gradualmente acquisito le attività di vigilanza, con le leggi bancarie del 1926 e del 1936, prima su delega del Tesoro e poi autonomamente, si volle ritenere che la Cassa potesse svolgere, e si è continuato a ritenere così, una funzione utile». Si voleva evitare che i dipendenti di Via Nazionale andassero a chiedere credito presso altre banche, «dal momento che l’Istituto era organo di controllo» e la piazza romana era stata protagonista di scandali bancari privati piuttosto imbarazzanti. L’indipendenza dei dipendenti costa, del resto. Per la Banca d’Italia il costo-azienda totale degli oltre 7mila dipendenti è 830 milioni (dati 2010), cui vanno aggiunti 394 milioni per pensioni e indennità di fine rapporto e 3,6 milioni per il direttorio, i sindaci e il consiglio superiore.

Giovani vs anziani, interessi contrapposti. Per chi l’ha proposto, il mutuo all’1% è un «intervento doveroso» a favore dei giovani dipendenti (sono circa 1.900) «che hanno condizioni pensionistiche da fame rispetto ai vecchi». Secondo stime interne, l’operazione mutuo agevolato avrebbe un costo annuo complessivo di circa 3 milioni di euro, più le spese iniziali di strutturazione. «È un costo limitato, è sufficiente acquistare un interest rate swap, e non compromette niente – ribatte Leone – Compromette di più un aumento del tasso della raccolta». Un incremento dello 0,25% sui tassi applicati ai depositi (oggi al 2,25%) avrebbe un impatto stimabile in 4-5 milioni di euro. C’è chi preferirebbe così, anche fra i sindacalisti. Ma poi ci sono anche i soci che chiedono maggiori dividendi, a scapito dello scopo mutualistico. Giovani contro vecchi, ragioni della rendita contro solidarietà mutualistica, e poi il profitto contro l’una e l’altra ma con il vantaggio di non essere gravato dal costo del lavoro. Insomma, fra meriti, privilegi e vizi un piccolo specchio del paese nell’autorevole e brillante cornice di Via Nazionale.

Articolo ripreso da Linkiesta.it


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