Banche e imprese giocano a nascondino e alla lunga falliscono entrambe

nascondino-banche-impreseCinque anni di crisi economica, quattro anni di aumento continuo e a tassi annui del 20-30% dei crediti deteriorati e tre anni consecutivi di credit-crunch non sono serviti a rimuovere uno dei vizi più profondi di noi italiani: l’improvvisazione.

La stessa improvvisazione che osserviamo in parlamento, nei partiti politici, in molte amministrazioni pubbliche è alla base dei cattivi rapporti tra banche e imprese. Nonostante il diluvio di centinaia di convegni, seminari, corsi di aggiornamento sulle ‘buone maniere del credito’. Il risultato di questa dilagante improvvisazione è un credito gestito malissimo da entrambe le parti: banche e imprese.

La peggiore abitudine provocata dall’improvvisazione si manifesta nel modo con cui banche e imprese giocano sconsideratamente a nascondino. Le imprese, soprattutto le piccole, si nascondono costantemente: nascondono situazioni contabili veritiere, nascondono problemi di liquidità contando sulla miopia delle banche cosicché quando le situazioni diventano critiche c’è ben poco che si possa fare per rimediare senza assumersi rischi che in banca nessuno potrebbe assumere.

Nascondono a se stesse di essere in difficoltà rimandando decisioni drastiche e tagli inevitabili sulla speranza infondata di miglioramenti del proprio fragile mercato. La lista degli imprenditori falliti o semi-falliti che hanno rimandato la presa di coscienza del proprio stato e le azioni conseguenti per assicurare un futuro all’impresa (e ai dipendenti) si allunga ogni giorno di più, anche sul mio tavolo.

Quanto alle banche, che da anni reclamano collaborazione e trasparenza dalle imprese, praticano la trasparenza in un modo singolare. Non soltanto occultano i veri costi dei propri servizi in una giungla di commissioni e orpelli che rende praticamente impossibile calcolare il costo finale per l’impresa, ma assai più gravemente nascondono alle imprese il proprio giudizio. Giudizio di merito, di merito creditizio in primis. Questa strana ritrosia nel dare ai propri clienti i giudizi del loro profilo di credito appartiene alle categorie del mistero.

Evitando di fornire questa importante informazione le banche si fanno male due volte: la prima perché non spiegando per tempo quali possano essere le conseguenze di un rating poco positivo sulla dotazione di materia prima liquida (il denaro) che metteranno a disposizione non forniscono stimoli alle imprese per fare qualcosa rapidamente. Qualcosa che tornerebbe molto utile alla probabilità di recupero del credito da parte della banca.

La seconda perché stare in silenzio per mesi o anni e poi passare di colpo alla riduzione o revoca dei fidi -magari con una lettera raccomandata- fa credere all’imprenditore di essere una vittima di destino ingiusto e di un sistema bancario crudele, generando troppi equivoci e risentimenti. Le comunicazioni fatte dalle banche alla clientela per ridurre o revocare i fidi sono da repertorio degli orrori nello stile. Trattare improvvisamente un ‘cliente’ come se fosse un ‘potenziale criminale’ strattonandolo (verbalmente) per ottenere un rimborso più rapido possibile sortisce modesti effetti e molto sconcerto, per non dire risentimento. Un approccio graduale e collaborativo (escludendo della regola ovviamente i casi limite fraudolenti) sortirebbe migliori risultati per l’intero sistema bancario, non dimenticando mai che il rientro frettoloso di una banca mette in pericolo il credito delle altre.

Che il gioco a nascondino continui lo confermano molte rilevazioni, tra le più recenti quella dell’osservatorio sul credito dell’UNIVA, Unione Industriali di Varese, che sul campione dei propri associati conferma come
“La quasi totalità del campione interpellato, pari a una quota dell’81%, non ha ricevuto indicazioni dalla banca su come migliorare la valutazione della propria azienda per evitare rifiuti, riduzioni o rientri dai fidi”.

Tutto questo avviene in un contesto di grande difficoltà nell’accesso e nel mantenimento del credito, come rivela la medesima ricerca mostrando che 1/3 delle imprese ha subito solo nel 4° trimestre del 2013 impatti negativi di qualche rilevanza sul tema del credito. Un 29% che si aggiunge a chi le restrizioni le aveva già subite nei trimestri precedenti:

Una rilevazione che conferma una situazione di difficoltà del rapporto banca/impresa, testimoniata dal fatto che ancora il 29% degli intervistati dichiara di registrare un peggioramento nell’accesso al credito rispetto al trimestre precedente. “Una percentuale – commenta l’Area Finanza e Agevolazioni dell’Unione Industriali – che rimane ancora troppo alta, soprattutto se pensiamo che tra le imprese che segnalano un ulteriore deterioramento della situazione si devono contare sia aziende che fino ad ora non erano state toccate dal fenomeno, sia aziende che già avevano dovuto fare i conti nei mesi addietro con varie forme di credit crunch”.

Tra le imprese che hanno registrato negli ultime tre mesi del 2013 una restrizione del credito, l’Unione Industriali riscontra nel 35% dei casi negazioni di nuovi affidamenti, nel 59% una riduzione dei fidi in essere, nel 6% dei casi richieste di rientro.

Continua poi a preoccupare l’ulteriore incremento dei tassi di interesse applicati, che viene segnalato dal 32% delle imprese varesine. Nella maggior parte dei casi l’aumento degli spread rispetto all’Euribor si riscontrano nello scoperto di conto corrente (33% dei casi) e nell’anticipo fatture (31%). Incrementi vengono invece registrati nel 14% delle segnalazioni sugli anticipi export e nel 6% negli anticipi import.”

Avendo constatato che una parte delle imprese tra il 30% e il 40% non ha più accesso a credito incrementale, male si comprende il motivo che ancora frena le banche nell’assumere un ruolo più trasparente e attivo nella comunicazione dell’orientamento sul credito delle imprese e assumere quella modesta responsabilità di fare riflettere (si chiama consulenza?) sul da farsi ai loro clienti imprenditori.

Non è una constatazione di parte perché al recente convegno di Confindustria, dove è intervenuto anche il governatore Visco bacchettando per la seconda volta in due giorni le imprese, nell’intervento alla tavola rotonda, è stato proprio Gianmaria Gros-Pietro presidente del consiglio di gestione di Intesa SanPaolo a darne conferma diretta:

– per una migliore valutazione delle imprese le banche devono aumentare la preparazione dei propri dipendenti”
– “occorre non solo valutare gli imprenditori, ma aiutarli a fare meglio”
– “le banche non sanno più fare credito industriale, distrutto valore delle specializzazione di IMI e degli istituti a medio termine”.

Non è un caso che il piano industriale appena presentato dal CEO di Intesa Carlo Messina punti proprio sulla valorizzazione delle risorse e su un aumento della capacità di fare consulenza alle imprese. Sperando di non dovere attendere troppo perché l’improvvisazione sia solo un ricordo.

 

Articolo ripreso da linkerblog.biz – autore_ F. Bolognini

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