Azionariato popolare delle banche un vero relitto del passato

L’azionariato popolare delle banche italiane si è di fatto ufficialmente chiuso nel 2016. In epoche passate centinaia di migliaia di piccoli soci investivano nella banca cooperativa del territorio ottenendo in cambio: a) un diritto a intervenire nella gestione indipendente dalla dimensione del proprio investimento; b) la percezione di mettere i propri risparmi a vantaggio della comunita’ locale; c) alcune condizioni di favore nell’accesso al credito e nelle transazioni bancarie; d) nelle sole Popolari non quotate in Borsa, un profilo rischio-rendimento (sia atteso che effettivo) che per decenni e’ stato abbastanza vicino a un free lunch: volatilita’ pressoche’ nulla (e solo al rialzo!) e rendimenti totali (capital gain piu’ dividendi) spesso superiori rispetto a quelli dei titoli di Stato esposti alle oscillazioni dei mercati (anche se al riguardo servirebbero misurazioni puntuali).

Nel giro di pochi anni le banche popolari con attivi maggiori di 8 miliardi di euro saranno delle societa’ per azioni, tipicamente aggregate tra di loro e quotate in Borsa (anche quelle che non lo sono attualmente). Nel loro capitale entreranno grandi investitori italiani ed esteri, che domineranno le rispettive assemblee. E’ prevedibile che da una parte diminuira’ il numero dei piccoli soci, e dall’altro scendera’ il livello del loro coinvolgimento con la banca partecipata.

Il vero fisico bancario non e' ancora iniziato ma non manca molto

Per fare un paragone, si pensi che Intesa Sanpaolo, risultato della fusione di varie banche nazionali e “di territorio”, ha circa tre volte il numero di soci della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca (rispettivamente 313mila secondo il “Calepino dell’azionista” di Mediobanca contro 117mila e 88mila), ma è più grande di circa 12/16 volte,  in base ai crediti verso la clientela (339,1 miliardi contro 28,1 e 23,8) e al patrimonio netto (44,7 miliardi contro 3,7 e 2,7). D’altra parte, alle ultime assemblee di Popolare Vicenza e Veneto Banca hanno partecipato rispettivamente 7.793 e 7.412 soci. All’assemblea di approvazione del bilancio dello scorso anno di Intesa Sanpaolo erano presenti (in proprio o per delega) appena 3.227 soci.

Quali conseguenze per le scelte di portafoglio dei risparmiatori? Credo che i cambiamenti descritti serviranno a fare maggior chiarezza. Gli investimenti azionari sono rischiosi, e lo sono ancora di più se effettuati in titoli di singoli emittenti, anche se si tratta di banche. Essi possono trovare legittimamente posto nel portafoglio di milioni di risparmiatori che ne hanno le caratteristiche di adeguatezza tramite strumenti diversificati come i fondi comuni, i fondi pensione e gli ETF, scelti con l’aiuto di consulenti finanziari qualificati.

Questi investitori istituzionali possono tra l’altro essere assai più efficaci nella tutela degli interessi di tutti i soci. Da un punto di vista strettamente finanziario, l’azionariato popolare ha e avrà sempre meno senso. Le informazioni da elaborare per costruire un portafoglio di singole azioni sufficientemente diversificato (una ventina) sono moltissime, e richiedono varie ore settimanali di impegno e studio, che sono al di fuori della portata della quasi totalità dei risparmiatori.

Fare il cassettista su una o due azioni scelte chissà come è poi una strategia messa a dura prova dall’aumento della complessità e della frequenza di eventi estremi dei mercati. Gli unici motivi per i quali l’azionariato popolare continuerà ad avere un senso saranno non finanziari, come il coinvolgimento emozionale nei confronti di una azienda o il senso di appartenenza a una comunità o a una rete. Ma proprio per le banche che diventeranno ex-popolari l’importanza di questi valori è destinata a ridursi.

Articolo di M_Liera – ripreso da youinvest.org

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