Aumentare l’IVA e’ una imposta recessiva

Nostro commento: interessante il ragionamento nell’articolo che segue, anche se rimaniamo del parere che, soprattutto se l’iva aumentera’ ancora (secondo noi sara’ inevitabile) i negozi e piu’ in generale la grande distribuzione non potranno assolutamente permettersi di scaricarla sul consumatore finale.

Alcuni negozi espongono il cartello “qui non si aumenteranno i prezzi”. Il riferimento è, ovviamente, all’aumentata aliquota Iva passata, con l’ultima manovra, dal 20 al 21%. Ma come cantava Corrado Guzzanti “so’ boni tutti a mette’ un cartello”. E a pochi giorni dall’entrata in vigore della nuova aliquota i primi riscontri, così come i primi studi fatti dalle associazioni dei consumatori, smentiscono, in generale, i cartelli. Certo qualche negoziante che ha deciso di non aumentare i prezzi al consumatore e assorbire lui il rincaro esisterà, ma per gli altri, non pochi, si potrebbe parafrasare il titolo di un celebre film: da “i predatori dell’arca perduta” a “i predatori dell’Iva aumentata”.

A meno di una settimana dall’entrata in vigore della nuova aliquota Iva, girando per negozi, facendo benzina, leggendo i giornali e ascoltando le radio ci si accorge che i prezzi sono aumentati. Ma in alcuni casi non dell’un per cento come sarebbe ovvio, ma del tre, quattro per cento o anche più. Che fare il pieno sia divenuto ancor più costoso è noto, i telegiornali si sono premurati di avvertire chi non se ne fosse accorto da solo che la benzina ha toccato il nuovo massimo storico.

Tutti i fumatori hanno visto che le “bionde” sono aumentate ancora una volta e, come racconta un lettore della Stampa, anche il suo barbiere ha aumentato le tariffe passando da 15 a 17 euro, per colpa della nuova Iva si sono giustificati. Ma un aumento di 2 euro su 15 non corrisponde all’un per cento, si aggira intorno al 15%.

Dal micro, al macro, molte segnalazioni su aumenti dei pedaggi stradali sono arrivate a Radio24, la radio del Sole24Ore. Aumenti, ovviamente, ben superiori a quell’un per cento che la nuova aliquota giustificherebbe. In particolare le tratte brevi, hanno segnalato i cittadini, sono state protagoniste degli aumenti ingiustificati. Una furbizia che i gestori autostradali, non un piccolo commerciante, ma i concessionari di un pubblico servizio, hanno “perfezionato” con l’alibi di un decreto del 2001. Decreto che consentiva, in sintesi, di arrotondare per eccesso gli aumenti il cui importo risultasse superiore ai cinque centesimi. Era quello però un decreto pensato per regolare il passaggio dalla lira all’euro, non per gli aumenti delle aliquote fiscali.

Già, il rischio forse non è quello di un aumento dei prezzi come quello che ci fu nel passaggio dalla nostra moneta alla moneta unica. Allora i commercianti diedero, sia detto ironicamente, il meglio. Un euro valeva 1936 lire, ma il cambio reale nei prezzi fu pari a un euro – mille lire. La pizza margherita, ad esempio, passò da 5000 lire a 5 euro. E lo stesso discorso valse per quasi tutto. Per la gioia dei commercianti. Oggi un aumento simile non è più pensabile, i cittadini italiani sono rimasti scottati dalla precedente esperienza e sono quindi più accorti e propensi a controllare e, soprattutto, con un’economia disastrata come quella italiana, difficilmente aumenti incontrollati dei prezzi non avrebbero ricadute sui consumi. Ma il pericolo che qualcuno ne approfitti, anche se in modo meno smodato di 10 anni fa, esiste ed anzi è già realtà. Come dimostrano le segnalazioni dei cittadini.

Gli studi delle associazioni dei consumatori poi prevedono che nel futuro prossimo andrà anche peggio. Oltre all’aumento dell’aliquota Iva, ci sono infatti anche maggiori costi di energia e di trasporto che le aziende produttrici sosterranno grazie al ritocco dell’imposta. Sosterranno e scaricheranno.

Perché l’Iva, come è noto, è un’imposta versata dalle imprese, ma che attraversa “indenne” i vari passaggi della produzione e si ferma solo quando arriva davanti al consumatore finale. Il risultato è che quando, fra qualche settimana, decideremo di comperare un cappotto nuovo o un paio di stivali, quell’acquisto sarà più caro del previsto. E non dell’1 per cento, ma spesso del 3 e in qualche caso del 7 per cento. Il peso che il rialzo dell’aliquota avrà sui bilanci delle famiglie andrà quindi al di là del ritocco stesso. E considerato che l’Iva è un’imposta regressiva (incide maggiormente sulle famiglie povere, su quei soggetti che consumano tutto il reddito nell’acquisto di beni e servizi) gli effetti non saranno secondari: secondo uno studio del Cer fra le famiglie povere e quelle ricche il gap della maggiore incidenza dell’Iva arriva infatti al 60 per cento.

Testo parzialmente ripreso da blitzquotidiano.it

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