Anche le aziende di qualita’ soffrono per la crisi economica

Nel dibattito che si sta espandendo su come sia un’impresa sana o ‘buona’ dal punto di vista di chi deve decidere se finanziarla ho già espresso mie perplessità sulla propensione bancaria a vedere nel piano investimenti ) la discriminante principale tra buono e cattivo. L’impresa ‘buona’ per la banca è quella che mediamente ha aumentato il fatturato, migliorato o mantenuto il margine lordo e è riuscita con questo a pagare tasse e oneri finanziari nel corso del 2014. L’impresa ‘buona’ per me è quella che ha flussi di cassa positivi, nel 2014 e in futuro. Le imprese che bruciano cassa, per vari motivi, sono destinate prima o poi ad affrontare rischi pesanti di blocco della produzione e d’insolvenza se non ripristinano i flussi corretti.

In una situazione italiana di pagamenti lunghi (anche 120 giorni) e in ritardo e di credito stretto stretto, questa prospettiva tocca persino imprese con fatturato in forte crescita, anzi si può dire che proprio chi deve sostenere l’investimento in circolante corra i peggiori rischi.

L’effetto della crescita degli ordini è quasi certamente un fabbisogno di finanza a breve che -se non viene tamponato con autofinanziamento (da margini elevati o pagamenti anticipati) o debito bancario- provoca tensioni latenti nella tesoreria a breve. Le tensioni si scaricano tipicamente in due modi: 1) ritardando i pagamenti ai fornitori e/o 2) non pagando erario (IVA) o INPS. Nel secondo caso, a parte il non banale problema del rilievo penale, nessuno verrà a bussare cassa, ma nel primo sì. I fornitori con arretrati in Italia si irrigidiscono e spesso dopo qualche sollecito diminuiscono il credito concesso o semplicemente richiedono pagamenti anticipati. La fase successiva è pericolosissima: senza cassa non si può ordinare e occorre pagare in anticipo, senza cassa la produzione si blocca e l’impresa precipita nel giro di pochi mesi in una crisi economica irreversibile. Come detto, in questo contesto di scarsa liquidità, non si tratta più di casi isolati.

Che sia un problema di sistema lo conferma la lettura del dato odierno sul miglioramento dell’indice ISTAT della fiducia delle imprese da parte del servizio studi di Intesa SanPaolo pubblicato da formiche.net:

Nel manifatturiero (il settore considerato maggiormente anticipatore dell’attività economica), l’aumento è trainato dagli ordini: le imprese sono meno pessimiste circa l’andamento corrente delle commesse (specie dal mercato domestico: -33 da -38 il saldo relativo: per trovare un valore più elevato occorre risalire a tre anni fa) e più ottimiste circa l’andamento degli ordinativi nel futuro (a +3 da +1). Le aziende sono anche meno negative circa le prospettive per l’economia e per l’occupazione.

Poco variati sia i giudizi che le attese sulla produzione. Anche il saldo relativo alle scorte di magazzino resta fermo per il terzo mese consecutivo a +3, un livello superiore a quello considerato “normale” (per trovare un valore più elevato occorre tornare indietro a dicembre del 2011); si tratta, ceteris paribus, di un segnale negativo per le prospettive della produzione. Infine, le attese sui prezzi praticati dalle imprese sono rimaste invariate a -3 (non si tratta comunque di un minimo storico visto che nel 2009 il saldo corrispondente era arrivato a -15).

Un segnale meno positivo deriva dal fatto che il miglioramento della fiducia non è diffuso a tutti i principali raggruppamenti di industrie ma riguarda solo il comparto dei beni intermedi.

Miste le indicazioni dalle consuete domande trimestrali sulla capacità produttiva: 1) il grado di utilizzo degli impianti è sceso lievemente a 72,3% nel 3° trimestre, da 72,6% precedente; 2) è rimasta stabile, al 35%, la quota di operatori che segnala la presenza di ostacoli all’attività produttiva; in particolare, è tornata a salire la quota di imprese che segnala vincoli legati all’insufficienza di impianti e/o materiali e, in modo più accentuato, vincoli finanziari, mentre è diminuita leggermente la percentuale di imprese che segnalano ostacoli relativi all’insufficienza della domanda.

Rileggete bene quelle due righe: non si tratta dello stesso fenomeno che ho appena descritto?  ‘Vincoli finanziari all’insufficienza di materiali’, significa in termini da aziendalista ‘non riesco a comprare i materiali che servono per produrre e fare fronte agli ordini’. Qual’è può essere il motivo se non la cassa che manca, il credito a breve che manca?

Su questa nota torniamo a domandarci se il finanziamento della catena di fornitura non sia una priorità, se il finanziamento del circolante non debba essere trattato con maggiore attenzione proprio per le imprese buone.  Quante banche conoscono e valutano la durata dell’intervallo cash-to-cash, dall’arrivo dell’ordine e i primi acquisti sino all’incasso della fornitura (magari post-collaudo…)? Quante banche valutano l’impatto sui flussi di cassa per discriminare i buoni dai cattivi? O per aiutare i buoni a diventare migliori.

La finanza ha le sue leggi anche in azienda. Le imprese e le banche che vogliono ignorarle vanno incontro a problemi certi.

 

Articolo di_F_Bolognini_ripreso_da_linkerblog.biz

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