Anche gli svizzeri piangono Lugano città e’ in crisi finanziaria

Sarà forse l’approssimarsi del Carnevale, festa che per tradizione rovescia il mondo e, con esso, ogni consolidata tradizione. Sarà anche il venir meno delle certezze, che caratterizza la modernità sotto tutti i punti di vista. Sarà insomma, come dice Woody Allen, che Dio è morto e Marx pure. Ma da tempo nessuno si sente troppo bene. Nemmeno chi, in passato, poteva vantare l’invidiabile primato di luogo tranquillo e sicuro per definizione.

Nemmeno Lugano, tanto per capirsi. Città simbolo di buona amministrazione, Comune cui molti si sarebbero volentieri ispirati nel tentativo di trovare un modello di riferimento.

Le cose, però, cambiano. E anche Lugano si trova oggi invischiata in un terrificante pantano, fatto di cifre e numeri da capogiro. Da tre giorni, in Ticino, non si discute d’altro se non della crisi finanziaria che sta mettendo a durissima prova la “locomotiva” del Cantone. Giovedì mattina, in un’affollatissima conferenza stampa, il sindaco Marco Borradori ha annunciato la decisione di aumentare di 10 punti il moltiplicatore fiscale. Detto in modo più semplice, ha d’un colpo aumentato le tasse per i residenti per un controvalore di circa 30 milioni di franchi.

Una manovra indispensabile per non andare in default nel giro di pochi mesi. La domanda che tutti si sono fatti è come sia stato possibile, per una realtà ricchissima qual è Lugano, giungere a un passo dal fallimento, con un miliardo di franchi di esposizione verso le banche e il capitale proprio sostanzialmente azzerato. Le risposte sono molte, di segno diverso.
La prima causa, oggettiva, è legata al processo di aggregazione che ha visto crescere Lugano in pochi anni in modo abnorme. La piccola cittadina a dimensione d’uomo, che sino alla fine del secolo scorso superava di poco i 20mila abitanti, oggi sfiora i 70mila.
La fusione con i paesi circostanti è costata carissimo sul terreno della tenuta dei conti. Come ha detto giovedì ai giornalisti Michele Foletti, municipale responsabile del dicastero delle Finanze (l’equivalente del nostro assessore al Bilancio, ndr), «il debito pubblico prima delle aggregazioni, nel 2004, era di 41,4 milioni di franchi. Adesso, dopo 9 anni e una crescita del 1.255%, è arrivato a 561,1 milioni di franchi».

L’aggregazione è costata carissima anche sul fronte della spesa di gestione. Il sindaco non ha saputo dire quanti siano in questo momento i dipendenti della Città. Sicuramente più di 1.600, senza contare le maestranze impiegate nelle partecipate. Un esercito, le cui file sono state ingrossate a dismisura proprio dalle aggregazioni degli ultimi 10 anni.
La seconda causa, anch’essa del tutto evidente, è stata il collasso delle entrate fiscali delle persone giuridiche. Detto in altri termini, la crisi della piazza finanziaria ha fatto letteralmente crollare il gettito proveniente dalle banche. Da 55 milioni di franchi di soli 3 anni fa ai 13 milioni del 2013.

Terzo motivo oggettivo cui addebitare il progressivo, inarrestabile peggioramento dei bilanci è il mantenimento di un livello altissimo di investimenti. La Città di Lugano mette sul piatto ogni anno in conto capitale oltre 100 milioni. Cifre che in Italia non sarebbero alla portata nemmeno delle metropoli più popolose, ma che sul Ceresio costituiscono una necessaria iniezione di liquidità in grado di far girare l’economia – soprattutto quella edilizia – anche in tempi complicati.
Nel 2015, ad esempio, verrà inaugurato in primavera il cosiddetto Lac, ovvero Lugano Arte Cultura, un museo-teatro per il quale sono stati spesi 300 milioni di franchi (un terzo però pagati da investitori privati). Il Ticino e la Svizzera non hanno la tagliola del patto di stabilità e possono permettersi spese anche molto consistenti. Anzi, in tempi di crisi la politica espansiva di matrice keynesiana – vale a dire i forti investimenti pubblici nel settore edilizio – è sempre stata caratteristica del Cantone e delle città più importanti.
Ma non è certo soltanto un destino cinico e baro ad aver determinato il disastro finanziario di Lugano. Anche la politica ha le sue belle responsabilità.

E qui va detta una verità che sembra difficilmente smentibile: tutto il mondo è paese.
L’efficiente Svizzera, la perfetta macchina da soldi, la solidissima struttura in cui tutto funziona alla perfezione, non è riuscita a sfuggire alla regola molto “italiana” della ricerca del consenso a ogni costo.

Tra la fine del 2012 e i primi mesi del 2013, infatti, in piena campagna elettorale per l’elezione del Municipio (la giunta, ndr) e del consiglio comunale, i due partiti più forti in gara – la Lega di Giuliano Bignasca e i Liberali Radicali (Plr) dell’ex sindaco Giorgio Giudici – non soltanto dissero no a ogni aumento del moltiplicatore fiscale, ma negarono anche l’evidenza. Ovvero, la crisi finanziaria del Comune. In realtà, nel Plr sia il vicesindaco Erasmo Pelli (non più ricandidato), sia la responsabile della Cultura Giovanna Masoni Brenni, oggi vice a sua volta di Marco Borradori, tentarono di far passare un adeguamento delle aliquote, paventando una situazione insostenibile. Ma a prevalere fu la logica elettorale. Nessun aumento. Per la paura di perdere voti. Una scelta che si è alla fine rivelata di corto respiro.

 

Articolo ripreso dal Corriere di Como – corrieredicomo.it

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