Alleanza di ferro tra Arabia Saudita e Stati Uniti

La morte del principe Sultan bin Abd al-Aziz Al Saud, fratellastro del monarca assoluto saudita Abdallah bin Abd al-Aziz Al Saudi, ha lasciato un importante vuoto nelle istituzioni saudite. Il Principe Sultan, morto ad un’età stimata di ottanta anni in uno dei migliori ospedali americani (il Presbyterian di New York), accentrava nelle sue mani la doppia carica di erede al trono, ottenuta nel 2005, ed è stato per un cinquantennio Ministro delle Difesa e dell’Aviazione. Il Principe Sultan, uno dei sette figli avuti dal fondatore del Regno, Abdulaziz Ibn Saud, dalla sua moglie favorita, è stato uno degli artefici dell’alleanza di ferro con gli Stati Uniti, mentre suo figlio, il principe Khaled è il padrone del quotidiano arabo Al-Hayat.

Per la prima volta, il successore è stato nominato da un apposito Comitato per la Fedeltà, voluto da re Abdullah, che lo ha istituito nel 2006 per affrontare, a modo suo, il tema della scarsa trasparenza nel processo di selezione dei successori. E questa misera concessione sembra il massimo di cui gli osservatori si possano rallegrare. Ieri notte il Comitato, infatti, ha nominato principe ereditario il Ministro degli Interni, il settantenne Principe Nayif; non propriamente una sorpresa, dato che Nayif nel 2009 è stato nominato secondo Viceministro del governo saudita, cosa che attesta il gradimento del Monarca. Resta vacante, per il momento, la poltrona del ministro della Difesa, un ufficio che sovraintende spese multimiliardarie destinate ad uno degli eserciti meglio equipaggiati della Regione.

Per gli Stati Uniti, legati a triplo filo alle sorti della monarchia saudita, la nomina é una soluzione gradita. Dal punto di vista degli oppositori liberali della monarchia assoluta, invece, la nomina di Nayif è tutt’altro che una buona notizia. Sembra infatti che il neo principe ereditario saudita si sia distinto nell’ultimo decennio per il suo atteggiamento vagamente critico nei confronti di Adbullah, da egli considerato troppo liberale in tema di riforme e di diritti civili. Secondo quanto riportato da Reuters, Nayif avrebbe richiamato un membro della Shura consultiva per aver espresso parere favorevole ad una possibile rimozione del divieto di guida per le donne. Tanto per capire il soggetto.

Del resto, sono noti gli eccellenti rapporti di Nayif con il clero wahabita: “La sua preoccupazione per il mantenimento della stabilità fa in modo che Nayif tenda a cedere a concessioni ai religiosi, soprattutto su temi culturali e sociali”, sostiene un cablo diplomatico USA del 2009 pescato da Wikileaks. Il New York Times ne tratteggia la figura con una brillante sintesi: “Il potente e temuto ministro degli interni che ha combattuto una battaglia senza soste tanto contro gli estremisti islamici quanto contro la libertà d’espressione”.

Nayif mantiene un fitta e potente rete di conoscenze, sviluppata nella sua funzione di referente dei 13 governatori regionali del Regno. Anche se è noto il suo atteggiamento gentile nei confronti di nipoti (maschi e femmine), i servizi segreti sotto il suo comando hanno avuto per anni – e hanno tuttora come obiettivo esplicito – capi sciiti, progressisti ed islamisti. Non sono dunque molte le speranze che, come pure sostiene qualche analista, nel suo nuovo ruolo Nayif mostrerà un volto più umano e tollerante. Ricorda infatti Mohammed Fahd al-Qahtani, capo di una associazione di dissidenti saudita: “Quest’uomo parla di sviluppo, anziché di riforme. Ha sbattuto in galera un mucchio di persone solo per aver espresso desiderio di riforme. Quest’uomo è un duro.”

Articolo ripreso da altrenotizie.org

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