L’Agenzia per la Coesione Territoriale dei progetti realizzati con i fondi europei si attiva

agenzia-per-la-coesione-territorialeIl ruolo dell’Agenzia per la Coesione come organo d’indirizzo e presidio dell’attuazione dei progetti realizzati con i fondi europei è al centro di un’intervista di FASI.biz con Fabrizio Barca, dirigente generale del ministero dell’Economia, già ministro per la Coesione Territoriale del governo Monti.

Fabrizio Barca, può parlarci del suo impegno per il rilancio e lo sviluppo delle  “Aree interne” del nostro paese?

Quella delle “Aree interne” è diventata una delle strategie forti del paese, come indica il Piano Nazionale di Riforma dell’attuale governo, il principale documento che il nostro Paese presenta all’Europa.

Mentre in passato la questione veniva affrontata con un approccio di “rimedio” (“bisogna occuparsi anche delle aree marginali e svantaggiate del Paese”), oggi le Aree interne vengono finalmente trattate con una strategia “aggressiva”, che vede il suo punto di forza nelle diversità, nella peculiarità italiana, nella straordinaria varietà di contesti naturali, climatici, agricoli, linguistici ed etnici.

L’obiettivo è puntare sia sul mercato che sulla cittadinanza, cioè sia sullo sviluppo e sia sulla qualità dei servizi essenziali. Non esiste una gerarchia tra questi due aspetti. Solo così è possibile invertire la terribile tendenza demografica che caratterizza la maggioranza di queste aree e che ha significato una perdita di Pil e una mancata manutenzione del territorio. L’interesse per queste zone è quindi nazionale, non solo locale.

La politica comunitaria rappresenta la leva finanziaria e di metodo per promuovere il primo dei due pilastri, lo sviluppo: per investire sui saperi, sull’agroalimentare, sull’attrattività dei borghi e sulla manutenzione territoriale. Non poteva, invece, non competere alla risorse ordinarie dello Stato e delle Regioni il miglioramento dei servizi della scuola, della salute e dei trasporti locali. Questo spiega la “posta” nella legge di stabilità destinata alla aree interne per i servizi. Per una volta abbiamo agganciato le risorse aggiuntive comunitarie a quelle ordinarie per sviluppare una strategia nazionale. Questo in passato non sempre è avvenuto, come rilevò un’indagine dei Bankitalia sull’uso dei fondi europei.

Il cambiamento, come dicono gli inglesi, deve essere “for good”, per sempre. Se così non fosse, una volta terminato l’intervento comunitario, si tornerebbe indietro. Per esempio, se nelle aree selezionate riuscissimo a realizzare la connessione digitale almeno fino a 20 megabytes di potenziale effettivo, potremmo attivare finalmente in quei territori i servizi telemedicina e avremmo trasformato quell’area in un territorio avanzato in modo permanente. Lo stesso discorso vale per un altro settore chiave come quello scolastico.

In questa fase stiamo individuando in ogni Regione e Provincia autonoma un gruppo di aree “di progetto”, composte da un numero variabile di Comuni, diciamo da 3-4 a oltre 20, con una popolazione che va dai 5 a oltre 60 mila abitanti. Nel 2014 saranno scelte 21 aree “prototipo”, ma è ancora presto dire quali sono. In Liguria, che è assai avanti, il prototipo sarà scelto fra le ipotesi sul tavolo del Beigua, della Val Trebbia, della Valle Arroscia.

La gestione centralizzata delle risorse, togliendo potere decisionale alle Regioni che non le impiegano, è forse il tema più discusso. L’Agenzia per la coesione sarà sufficiente a risolvere il problema o ci sono altri interventi che sono necessari? Non è possibile lasciare alle Regioni le decisioni sulle priorità di intervento e di indirizzo e far poi gestire operativamente la spesa ad uno solo soggetto nazionale con procedure e modalità identiche per tutto il paese?

Il disastroso settennio 2007-2013, che rappresenta un pesante passo indietro nell’utilizzo dei fondi comunitari in Italia, ha mostrato carenze di presidio da parte dei centri nazionali di competenza, sia sul piano strategico che dei processi di attuazione, ma non ha mostrato la superiorità della gestione centrale su quella regionale. Ci sono state gestioni centrali buone e cattive, così come abbiamo assistito a pessime e a buone gestioni regionali. Questo è avvenuto perché mancava un presidio di governo e a causa delle incertezze introdotte dalla gestione a strappi dei conti pubblici, ma anche perché i risultati attesi erano scarsamente trasparenti e poco dibattuti. Non si sapeva cosa aspettarsi e nessuno ne discuteva.

Da qui è maturata, durante i mesi del “salvataggio”, la necessità di un’Agenzia per la coesione territoriale come organo d’indirizzo e di presidio dell’attuazione, per non scoprire troppo tardi che le cose non vanno per il verso giusto. Questo può avvenire soprattutto attraverso lo strumento dei sopralluoghi sul territorio. Dal tempestivo avvio dell’Agenzia bisogna attendersi che renda ordinario il metodo delle task force regionali che ho istituito quando ero ministro, in affiancamento alle Regioni. I sopralluoghi sul territorio devono avere una cadenza quotidiana per aiutare le istituzioni locali a lavorare bene: non tanto per scovare le frodi – ciò già avveniva in passato – ma per verificare se i progetti servono agli scopi fissati e rispettano i tempi di attuazione.

Questo meccanismo è presente nel nuovo Accordo di partenariato, ma siamo sicuri che le Autorità di gestione dei fondi gli daranno attuazione? Che, prima di finanziare un nuovo corso di formazione, avranno chiarito in che modo valutarne i risultati, ad esempio in termini di tempo per trovare lavoro?

Dipenderà dal presidio nazionale. L’Accordo di partenariato prevede questo presidio nell’attuazione; ora servono risorse umane capaci di garantirne l’operatività. Il rafforzamento del presidio passa attraverso il reclutamento di 120 giovani grazie a una norma attuata dal precedente Esecutivo. Quando il governo realizzerà questo concorso, questa squadra di giovani andrà a lavorare presso il DPS e presso l’Agenzia, ma anche nei ministeri dell’Economia, delle Politiche agricole e del Lavoro. Si tratterà del primo grande rinnovamento dal 1998-99 ad oggi.

La trasparenza nell’utilizzo dei fondi è un altro tema cruciale in Italia. Finora c’è stato OpenCoesione, fortemente innovativo. In futuro?

OpenCoesione rappresenta un buon esempio di continuità tra governi e tutt’ora è alimentato regolarmente. Questo strumento rivoluzionario, unico in Europa, serve a garantire la trasparenza dei fondi comunitari. Quando, da ministro, incontrai il mio omologo britannico, riuscii a dimostrare che eravamo diventati il paese più trasparente d’Europa. Riequilibrò in parte, nel duro negoziato per i fondi 2014-2020, l’ultimo posto nell’utilizzo dei fondi. Il portale OpenCoesione è accompagnato da un corso per l’uso degli “open data” nelle scuole e da una formazione per i giornalisti. Il nostro Paese, però non è ancora abituato ad usarlo: bisogna continuare a stimolarne l’utilizzo da parte dei cittadini (come è avvenuto recentemente con il “Marathon Monitoring”), delle imprese, dei partiti e delle associazioni.

Inoltre, mi auguro che i comitati di sorveglianza dei fondi comunitari possano essere rafforzati e che grazie ad essi si possa entrare nel vivo dei progetti. L’Agenzia potrebbe far confluire in questi comitati l’esito delle proprie missioni di sorveglianza. Ciò aiuterebbe sicuramente ad alimentare il dibattito.

La programmazione nazionale in questo settennato (2014-2020) dovrà essere più coerente rispetto ai programmi europei come Horizon 2020 nell’ambito dell’innovazione. Sia nel pubblico, che nel privato, il dibattito su questi temi è spesso caratterizzato da un livello culturale piuttosto basso. Quali azioni possono essere intraprese per migliorare la situazione?

Il dibattito viene meno quando mancano gli elementi per alimentarlo. La trasparenza dei processi consente all’opinione pubblica di controllare l’efficacia e l’avanzamento dei progetti finanziati sul territorio. Un settore in cui il dibattito è vivo è la scuola. Il programma operativo scuola vanta tre punti di forza: un buon presidio nazionale presso il MIUR, una chiarezza negli obiettivi da perseguire e un forte controllo sociale.

La strategia italiana per l’innovazione e la ricerca invece non è ancora pronta; lo dovrà essere quando l’Italia invierà il relativo programma operativo nazionale. Un osservatore esterno, quindi, non può ancora esprimere giudizi in merito.

L’impiego dei fondi strutturali negli ultimi 15 anni destinati al Mezzogiorno – cui è destinata la maggior parte delle risorse – ha portato dei risultati apprezzabili?

Il programma 2000-2006, attuato con modi e tempi in linea con la media comunitaria, non ha certo cambiato il volto del Mezzogiorno. Non c’è stato un salto nello sviluppo del Sud. E tuttavia, come risultò dalla valutazione di Bankitalia, vi furono progressi significativi anche se “inferiori alle attese”. Nella qualità dei servizi essenziali, che rappresentano il requisito per lo sviluppo: dall’accesso all’acqua all’energia elettrica, dalla raccolta dei rifiuti al tasso di scolarizzazione, all’assistenza domiciliare di disabili e anziani. E nella capacità amministrativa. I cambiamenti maggiori riguardarono la Campania e la Puglia, dove la situazione, prima degli interventi, era indescrivibile e le strutture materiali e immateriali erano spesso fatiscenti.

Poi qualcosa si è fermato, in tutto il Mezzogiorno. Come rileva il rapporto della Banca d’Italia, ciò è dovuto in forte misura alla politica nazionale ordinaria: le politiche per lo sviluppo del Mezzogiorno hanno coinvolto poco o per nulla la grande macchina delle risorse ordinarie. A un certo punto la classe dirigente nazionale ha preferito che il Sud si limitasse a fornirle voti. La classe dirigente nazionale ha smesso di puntare sul rinnovamento del Mezzogiorno.

Sarebbe favorevole ad una riduzione sostanziale dei fondi per lo sviluppo per avere una minore imposizione fiscale?

I fondi per lo sviluppo sono già stati tagliati al di sotto di ogni livello accettabile: -22 per cento è la caduta degli investimenti pubblici italiani dal 2008 al 2012, mentre salivano dell’1,2 per cento in Germania; -7,0 per cento è la caduta, nello stesso periodo, delle spese in istruzione, mentre salivano dell’8,5 per cento in Germania. Cos’altro rispondere?

 

 

Articolo di Alesandra Flora e Andrea Galo, ripreso dal sito fasi.biz