Abbiamo finito i soldi altro che aiutare la Grecia

Da Linkiesta, un interessante valutazione sulla situazione italiana a cura di Fabrizio Goria.

L’Italia potrebbe non dare più il proprio sostegno finanziario alla Grecia dal prossimo settembre. Oltre a venir meno parte dei 5,5 miliardi di euro approvati nel maggio 2010, potrebbe mancare l’apporto dei 6,48 miliardi previsti dal secondo bailout ellenico. Lo riporta la Reuters, citando un alto funzionario italiano. Alla base di tutto ci sarebbero le tensioni sui titoli di Stato italiani, il cui rendimento continua a salire, nonostante l’approvazione del nuovo pacchetto di aiuti per Atene. Dal Tesoro arriva un secco «no comment», ma intanto cresce il timore che il contagio della crisi dell’eurodebito possa amplificarsi ancora. Nel frattempo, la nuova tranche europea di prestiti alla Grecia, prevista per metà settembre, potrebbe essere rimandata. Secondo fonti comunitarie, il fondo European financial stability facility (Efsf) non sarebbe pronto proprio a causa della situazione di Italia e Spagna.

Il primo piano di salvataggio di Atene prevedeva un esborso finanziario degli Stati membri di 30 miliardi di euro. Per l’Italia, in base alla sua quota del 18% nella Banca centrale europea (Bce), spettava l’onere di 5,5 miliardi di euro. Il secondo programma di sostegno, varato giovedì scorso dal Consiglio europeo, prevede linee di credito fino a 109 miliardi di euro, anche grazie all’impegno dei creditori privati. Se quest’ultimi contribuiranno fino a 37 miliardi di euro, come scritto nello statement del Consiglio Ue, la fetta più grande spetterà in ogni caso all’Europa. Gli aiuti, almeno fino al 2014, saranno così divisi: 36 miliardi di euro dal Fondo monetario internazionale (Fmi), 36 dall’Unione europea, 37 dal settore privato. Se è vero che il bailout greco avverrà tramite i bond del fondo salva-Stati Efsf, è altrettanto vero che l’Italia dovrà versare 6,48 miliardi di euro, cioè il 18% della sua quota nella Bce. Tutti soldi che Roma non sarebbe in grado di versare, se vuole evitare di appesantire il bilancio dello Stato e rallentare il processo di consolidamento fiscale da qui al 2014.

Secondo il funzionario italiano citato da Reuters, le recenti tensioni intorno al debito pubblico sono la causa della possibile uscita dagli impegni. Nelle ultime settimane il costo del finanziamento italiano è salito di diversi punti, passando da 4,62% dello scorso 3 giugno al 6,04% del 18 luglio. La decisione del Consiglio europeo ha avuto un effetto positivo solo per pochi giorni, dato che le tensioni sul mercato obbligazionario non si sono placate del tutto. Oggi il tasso d’interesse dei Btp decennali è tornato a lambire quota 6%, attestandosi alle 12 al 5,87 per cento. Analogamente, lo spread fra Btp e Bund è si è allargato fino a 335 punti base. Questo di traduce che per Roma il finanziamento tramite l’emissione di debito pubblico costa in 3,35% in più rispetto a Berlino. L’avversione al rischio degli investitori si riflette in questi movimenti e Michael Hewson, analista di Cmc markets, nel suo roundup mattutino sottolineava che l’attenzione dei mercati è «tornata a concentrarsi anche sui problemi accusati dal debito italiano, i cui rendimenti sui titoli decennali sono schizzati sui massimi degli ultimi undici anni».

A peggiorare la situazione ci ha pensato il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il suo botta e risposta con il Corriere della Sera in merito all’affaire Marco Milanese sta irritando gli investitori, che continuano a tenere un atteggiamento di prudenza nei confronti dell’Italia. Le continue voci di imminenti dimissioni del titolare di via XX settembre, prontamente smentite a ogni ripresa dal Tesoro, stanno alimentando un circolo vizioso che potrebbe degenerare in breve tempo.

Ma cosa succederebbe se l’Italia dovesse venir meno ai propri impegni? Il segnale dato ai mercati finanziari potrebbe essere devastante. Il 17 giugno scorso Moody’s ha messo sotto osservazione il rating sovrano italiano per un possibile downgrade. La decisione della società newyorkese è stata seguita anche da quella di Standard & Poor’s. In pochi giorni dovrebbe arrivare a conclusione il processo di revisione e le prospettive non sono positive. La correzione di bilancio invocata a gran voce da Moody’s e S&P è arrivata, ma non ha convinto in pieno. Oltre a ciò, l’incertezza sul futuro scenario politico rischia di agire come elemento negativo nella decisione sul rating.

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